L'uomo di vetro  (1997)

 
Caro Lettore,
io non ti conosco, non so chi sei e cosa pensi di me.
Comunque ti ringrazio di cuore già per il fatto che mi hai preso in considerazione.
Io non mi ritengo uno scrittore o un romanziere e non ho alcuna aspirazione o velleità letteraria. Sono solo una persona che, ad un certo punto della vita, ha sentito il bisogno di scrivere qualcosa. Forse per analizzarmi, forse per passatempo, forse per comunicare con qualcuno.
O forse l'ho fatto per esaudire un mio desiderio, poiché se non l'avessi fatto probabilmente ne avrei avuto rimpianto. E tu sai che il buon Freud fu chiaro: "Il desiderio represso crea il complesso".
Ed io di complessi ne ho già troppi.
Mi pare bello pensare che qualcuno, che mi è sconosciuto nel nome e nel volto, in un certo posto e in un certo momento, stia "dialogando" con me. Raccontando la mia storia: ai meno giovani spero di offrire l'opportunità di ricordare come eravamo, ai più giovani l'invito ad apprezzare di più quello che hanno.
E a te, chiunque tu sia, che avrai la ventura, l'avventura o la sventura di leggermi, ti giunga il mio fraterno e sentito grazie...    ... Per l'onore che mi dai.
                                                                                                                                             
Antonio Mantova

 

 

LA STORIA

Firenze quel pomeriggio era calda, invitante, struggente; sembrava quasi mostrare la sua compiacenza di averti con sé. C'era una luce strana che trasformava tutti i colori in sfumature pastello. Si respirava un'aria di complicità che solo  Firenze sa trasmettere. A volte quella complicità emanava un sottile erotismo, appena percettibile. Tutto sapeva di erotismo a Firenze: le strade, i boulevard, la gente, i negozi, l'arte.

L'arte fiorentina mi attraeva, mi coinvolgeva continuamente, mi soffocava quasi, mi stordiva. Mi prendeva dentro come una leggera morsa, procurandomi un'ansia sottile.

Era il 13 ottobre 1973, una giornata caldissima, gioiosa e triste per me, con una folla di pensieri nella mente, che non mi davano pace.

Avevo varcato il portone della caserma, con il congedo in mano, alla dodici esatte, con gli occhi ancora umidi e un nodo alla gola che lasciava poco spazio ai saluti verbali. Mi limitavo a salutare militarmente. Finalmente lasciai definitivamente la caserma e, con la mia Prinz, mi diressi verso la casa della signora Bruna Marini per l'ultimo saluto, prima di mettermi in viaggio verso casa.

La signora era stata una mamma per me, avevo trascorso quattro anni a casa sua, durante gli studi universitari e il servizio militare.

Quando entrai in casa era sola, come al solito. Stava cucendo, come al solito, un qualcosa a Franco, il suo unico figlio e mio grande amico. E stava fumando, come al solito.

<<Signora, salve>> accennai con voce appena rotta da una sottile emozione.

<<Ah! Antonio è lei... si accomodi>> rispose distrattamente, come aveva fatto tante volte in passato, mentre se risistemava gli occhiali, scesi troppo sulla punta del naso.

Dalla finestra della cucina, che dava su un silenzioso cortile interno, entrava un magnifico sole. Un fiume di luce inondava la camera, piuttosto modesta nell'arredamento e nel tono. La televisione, senza essere ascoltata ma accesa a mo' di compagnia, trasmetteva un documentario sull'Amazzonia.

<<Signora>> ruppi il silenzio <<sono venuto a salutarla e a riconsegnare le chiavi della mia camera. Sono stato congedato oggi. E' giunta l'ora di tornare a casa. Sono venuto a...>>

<<Per favore, Antonio>> mi interruppe <<non parliamo di saluti... lei non va via, lei non ci lascia... fra poco lei scenderà, ma solo per prendere le sigarette...>> D'un tratto mi accorsi di essere teso, agitato. Non avrei mai pensato di essere tanto affezionato a quella vecchia strampalata, a quella casa polverosa e a volte maleodorante. A quel gatto che lasciava peli dappertutto, a quel silenzio, a quegli odori ristagnanti.

Quella casa mi era entrata dentro; era stata, in fondo, la mia prima vera casa. Dove avevo sofferto e gioito, sognato e assaporato le più amare delusioni. E quella donna, in fondo, era l'unica persona con cui avevo diviso tutto in quei lunghi anni, in quel mare di solitudine in cui venni a trovarmi, paradossalmente, durante la migliore stagione della mia vita. Migliore, se no altro, perchè comprendeva la mia giovinezza.

Si faceva tardi, mi aspettavano quasi sei ore di viaggio per tornare in Ciociaria, a Sora, a casa mia. Mi doleva partire, ma non desideravo altro, in fondo. Adoravo Firenze, ma a Sora mi aspettava un nuovo amore, mia madre, le mie speranze, il desiderio delle mie radici dopo sette anni di lungo, amaro, dolce esilio.

La signora non alzava gli occhi dal suo lavoro, forse per non incontrare i miei. Capii che nulla andava più detto, capii che era l'ora di andare.

<<Ah! Signora>> dissi deciso ma appena rotto nella voce <<ne vuole anche lei?... io scendo a prendere le sigarette!>>

<<No, Antonio, io ne ho abbastanza. Vada, vada... Io l'aspetto qui!>>

La vidi immobile, quasi rigida, senza fare un gesto, china sul lavoro al vecchio, caro, bisunto tavolinetto, al centro della grande cucina.

<<Bene, signora, io vado... torno subito>>.

La signora annuì, appena, col capo. Io posai le chiavi, senza far rumore, sul tavolo grande. Lentamente m'incamminai verso l'uscita, gettando un ultimo, disperato, affettuoso sguardo a quel mondo che mi lasciavo alle spalle. A quell'appartamento, in cui lasciavo le spoglie della mia gioventù, o gli ultimi resti.

Scendevo le scale mentre un nodo leggero mi prendeva la gola. E scesi i centonove gradini che tante volte avevo percorso, con gioia e disperazione; con la borsa pesante della spesa; con in bocca l'amaro delle sconfitte o nel cuore la caparbia voglia di vincere.

I miei passi producevano dei rumori sordi nell'immenso vano semibuio della scala, tipico dei palazzi antichi fiorentini.

Scesi in strada, salii in macchina, accesi una sigaretta... e via dalla mia giovinezza. In sei ore di viaggio dovevo diventare un uomo.

 

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