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Caro
Lettore,
io non ti conosco, non so chi sei e cosa pensi di me.
Comunque ti ringrazio di cuore già per il fatto che mi
hai preso in considerazione.
Io non mi ritengo uno scrittore o un romanziere e non ho
alcuna aspirazione o velleità letteraria. Sono solo una
persona che, ad un certo punto della vita, ha sentito il
bisogno di scrivere qualcosa. Forse per analizzarmi,
forse per passatempo, forse per comunicare con qualcuno.
O forse l'ho fatto per esaudire un mio desiderio, poiché
se non l'avessi fatto probabilmente ne avrei avuto
rimpianto. E tu sai che il buon Freud fu chiaro: "Il
desiderio represso crea il complesso".
Ed io di complessi ne ho già troppi.
Mi pare bello pensare che qualcuno, che mi è sconosciuto
nel nome e nel volto, in un certo posto e in un certo
momento, stia "dialogando" con me. Raccontando la mia
storia: ai meno giovani spero di offrire l'opportunità
di ricordare come eravamo, ai più giovani l'invito ad
apprezzare di più quello che hanno.
E a te, chiunque tu sia, che avrai la ventura,
l'avventura o la sventura di leggermi, ti giunga il mio
fraterno e sentito grazie... ... Per
l'onore che mi dai.
Antonio Mantova
LA
STORIA
Firenze quel pomeriggio era calda, invitante,
struggente; sembrava quasi mostrare la sua compiacenza
di averti con sé. C'era una luce strana che trasformava
tutti i colori in sfumature pastello. Si respirava
un'aria di complicità che solo Firenze sa trasmettere.
A volte quella complicità emanava un sottile erotismo,
appena percettibile. Tutto sapeva di erotismo a Firenze:
le strade, i boulevard, la gente, i negozi, l'arte.
L'arte fiorentina mi attraeva, mi coinvolgeva
continuamente, mi soffocava quasi, mi stordiva. Mi
prendeva dentro come una leggera morsa, procurandomi
un'ansia sottile.
Era il 13 ottobre 1973, una giornata caldissima, gioiosa
e triste per me, con una folla di pensieri nella mente,
che non mi davano pace.
Avevo varcato il portone della caserma, con il congedo
in mano, alla dodici esatte, con gli occhi ancora umidi
e un nodo alla gola che lasciava poco spazio ai saluti
verbali. Mi limitavo a salutare militarmente. Finalmente
lasciai definitivamente la caserma e, con la mia Prinz,
mi diressi verso la casa della signora Bruna Marini per
l'ultimo saluto, prima di mettermi in viaggio verso
casa.
La signora era stata una mamma per me, avevo trascorso
quattro anni a casa sua, durante gli studi universitari
e il servizio militare.
Quando entrai in casa era sola, come al solito. Stava
cucendo, come al solito, un qualcosa a Franco, il suo
unico figlio e mio grande amico. E stava fumando, come
al solito.
<<Signora, salve>> accennai con voce appena rotta da una
sottile emozione.
<<Ah! Antonio è lei... si accomodi>> rispose
distrattamente, come aveva fatto tante volte in passato,
mentre se risistemava gli occhiali, scesi troppo sulla
punta del naso.
Dalla finestra della cucina, che dava su un silenzioso
cortile interno, entrava un magnifico sole. Un fiume di
luce inondava la camera, piuttosto modesta
nell'arredamento e nel tono. La televisione, senza
essere ascoltata ma accesa a mo' di compagnia,
trasmetteva un documentario sull'Amazzonia.
<<Signora>> ruppi il silenzio <<sono venuto a salutarla
e a riconsegnare le chiavi della mia camera. Sono stato
congedato oggi. E' giunta l'ora di tornare a casa. Sono
venuto a...>>
<<Per favore, Antonio>> mi interruppe <<non parliamo di
saluti... lei non va via, lei non ci lascia... fra poco
lei scenderà, ma solo per prendere le sigarette...>>
D'un tratto mi accorsi di essere teso, agitato. Non
avrei mai pensato di essere tanto affezionato a quella
vecchia strampalata, a quella casa polverosa e a volte
maleodorante. A quel gatto che lasciava peli
dappertutto, a quel silenzio, a quegli odori
ristagnanti.
Quella casa mi era entrata dentro; era stata, in fondo,
la mia prima vera casa. Dove avevo sofferto e gioito,
sognato e assaporato le più amare delusioni. E quella
donna, in fondo, era l'unica persona con cui avevo
diviso tutto in quei lunghi anni, in quel mare di
solitudine in cui venni a trovarmi, paradossalmente,
durante la migliore stagione della mia vita. Migliore,
se no altro, perchè comprendeva la mia giovinezza.
Si faceva tardi, mi aspettavano quasi sei ore di viaggio
per tornare in Ciociaria, a Sora, a casa mia. Mi doleva
partire, ma non desideravo altro, in fondo. Adoravo
Firenze, ma a Sora mi aspettava un nuovo amore, mia
madre, le mie speranze, il desiderio delle mie radici
dopo sette anni di lungo, amaro, dolce esilio.
La signora non alzava gli occhi dal suo lavoro, forse
per non incontrare i miei. Capii che nulla andava più
detto, capii che era l'ora di andare.
<<Ah! Signora>> dissi deciso ma appena rotto nella voce
<<ne vuole anche lei?... io scendo a prendere le
sigarette!>>
<<No, Antonio, io ne ho abbastanza. Vada, vada... Io
l'aspetto qui!>>
La vidi immobile, quasi rigida, senza fare un gesto,
china sul lavoro al vecchio, caro, bisunto tavolinetto,
al centro della grande cucina.
<<Bene, signora, io vado... torno subito>>.
La signora annuì, appena, col capo. Io posai le chiavi,
senza far rumore, sul tavolo grande. Lentamente
m'incamminai verso l'uscita, gettando un ultimo,
disperato, affettuoso sguardo a quel mondo che mi
lasciavo alle spalle. A quell'appartamento, in cui
lasciavo le spoglie della mia gioventù, o gli ultimi
resti.
Scendevo le scale mentre un nodo leggero mi prendeva la
gola. E scesi i centonove gradini che tante volte avevo
percorso, con gioia e disperazione; con la borsa pesante
della spesa; con in bocca l'amaro delle sconfitte o nel
cuore la caparbia voglia di vincere.
I miei passi producevano dei rumori sordi nell'immenso
vano semibuio della scala, tipico dei palazzi antichi
fiorentini.
Scesi in strada, salii in macchina, accesi una
sigaretta... e via dalla mia giovinezza. In sei ore di
viaggio dovevo diventare un uomo.
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